Tre eurodeputati contestano l'ipotesi di un tributo europeo sui ricavi del gioco online. La Commissione non presenta proposte ma non chiude la porta, ricordando però che una tassa simile richiederebbe l'unanimità dei Ventisette. (Immagine: Alamy / Garden Photo World)
L'Europa che tassa il gioco online: sulla carta si può fare, nella pratica è un'altra faccenda. La Commissione lo ha messo per iscritto il 30 luglio, rispondendo a tre eurodeputati che chiedevano conto di un'ipotesi circolata nei mesi scorsi. Nessuna proposta, ha chiarito, ma nemmeno una porta chiusa.
E come ogni volta che si tocca il fisco, la parola pesante resta quella degli Stati. È tutta lì la partita, e chi conosce i meccanismi di Bruxelles lo ha capito prima ancora di leggere la risposta per intero.
L'ipotesi non è nata ieri. Sta scritta in una risoluzione che il Parlamento europeo ha approvato il 28 aprile, ragionando sul bilancio pluriennale 2028-2034 e su come riempirlo. Tra le voci possibili, una nuova risorsa propria agganciata al gioco online, cioè un'entrata che finirebbe dritta nelle casse dell'Unione senza passare dai versamenti dei governi.
Non è l'unica carta sul tavolo. Nel luglio 2025 la Commissione ne aveva già allineate cinque, tutte pensate per affrancare il bilancio comunitario dalla dipendenza dai contributi nazionali legati al reddito e all'Iva. Il gioco, in quella cornice, è solo l'ultimo settore su cui qualcuno ha pensato di mettere le mani.
A ricordare che il terreno è minato ci hanno pensato tre parlamentari dei Conservatori e Riformisti, gli svedesi Dick Erixon, Charlie Weimers e Beatrice Timgren. Il loro colpo è di quelli che a Bruxelles si conoscono bene: il gioco è fuori dalla direttiva sui servizi, lo regolano gli Stati, e gli Stati all'Unione non hanno mai ceduto la leva fiscale. Con quale diritto, allora, un prelievo europeo starebbe in piedi di fronte ai principi di attribuzione e sussidiarietà?
I tre eurodeputati non si sono fermati alla base giuridica. Hanno chiesto perché finanziare le casse europee con una tassa sul gioco converrebbe più dei soliti contributi statali, visto che i soldi escono comunque dalle stesse tasche. E hanno toccato un nervo scoperto: armonizzare le aliquote vuol dire spegnere la concorrenza fiscale tra i Paesi, e quel conto qualcuno dovrà pur presentarlo.
La replica del commissario Wopke Hoekstra è una lezione di cautela. Sì, i Trattati lo consentono: gli articoli 113 e 115 aprono all'armonizzazione fiscale quando serve al mercato interno, l'articolo 311 lascia al Consiglio la libertà di inventare nuove risorse proprie senza dirne la forma. Il quadro giuridico, insomma, esiste.
Oltre il diritto, però, Hoekstra non si spinge di un passo. Nessuna proposta è stata presentata, ribadisce, e se mai arriverà se ne soppeseranno tutti gli effetti, economici, giuridici e regolatori. Una risposta che concede il principio e rinvia tutto il resto, senza esporsi su nulla che non sia già scritto nei Trattati.
Qui l'ipotesi incontra la realtà. Una risorsa propria non si vara a maggioranza: serve il sì di tutti e ventisette i governi, poi la ratifica di ogni Parlamento nazionale. In materia fiscale l'unanimità europea è quasi una leggenda, e su un tema delicato come il gioco basterebbe un solo veto a chiudere la porta. Chi ha qualche anno di Consiglio europeo alle spalle sa quanto pesi quella parola.
Liquidarla come un'utopia, però, sarebbe miope. Che l'idea di tassare il gioco online sia finita in una risoluzione del Parlamento e in una risposta ufficiale della Commissione dice che qualcosa si muove, e che un comparto per decenni lasciato ai singoli Stati comincia a solleticare gli appetiti di Bruxelles. Il banco di prova sarà il negoziato sul bilancio 2028-2034: lì si capirà se resta una riga buona per i convegni o se qualcuno vorrà davvero trasformarla in proposta. Per ora, il muro dell'unanimità regge.

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