AGCOM presenta la Relazione annuale 2026 alla Camera: il punto su sanzioni, piattaforme digitali e influencer nel settore del gioco d'azzardo. (Immagine: Casimiro / Alamy)
Otto anni dopo il Decreto Dignità, il divieto di pubblicità del gioco con vincite in denaro è ancora al centro dell'agenda dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Ma il quadro che emerge dalla Relazione annuale 2026, presentata oggi dal presidente Giacomo Lasorella nell'Aula dei Gruppi parlamentari della Camera, racconta una fase nuova: quella in cui la norma, formalmente consolidata, viene messa alla prova nelle aule giudiziarie più che negli uffici dell'Autorità.
Nel documento il gioco d'azzardo viene richiamato più volte, tra vigilanza sulle piattaforme digitali, controlli sugli influencer e attività ispettive condotte con la Guardia di Finanza. Un settore che AGCOM continua a definire tra i più sensibili, insieme a tabacco, prodotti sanitari e comunicazione politica. Eppure il dato che salta all'occhio è un altro.
Per la prima volta dopo anni di provvedimenti e importi contestati agli operatori, nel 2025 non risultano sanzioni amministrative pecuniarie né oblazioni per violazioni del divieto di pubblicità del gioco. Un'assenza che pesa più di qualsiasi cifra, perché fotografa lo stallo di un sistema sanzionatorio finito sotto esame su più fronti.
La lettura più plausibile è che le principali questioni interpretative si siano progressivamente spostate dal piano amministrativo a quello giurisdizionale. Finché Corte costituzionale e Corte di giustizia dell'Unione europea non si pronunceranno, l'impianto dell'articolo 9 resta di fatto sospeso in una zona grigia: vigente, ma con fondamenta messe in discussione.
Il fronte interno si è aperto con l'ordinanza del TAR del Lazio, Sezione IV, del 29 luglio 2025 (n. 15037), che ha sollevato una questione di legittimità costituzionale sull'articolo 9, comma 2, del decreto-legge 87/2018, convertito nella legge 96/2018. Nel mirino c'è la sanzione minima di 50.000 euro prevista per ogni violazione, senza alcun margine di discrezionalità per l'Autorità.
Secondo il giudice amministrativo, questa rigidità potrebbe contrastare con i principi di uguaglianza e proporzionalità dell'articolo 3 della Costituzione, con il diritto di proprietà tutelato dall'articolo 42 e con l'articolo 117, in relazione alla CEDU e alla Carta dei diritti fondamentali dell'UE. Il punto è tecnico ma decisivo: pur riconoscendo che la salute pubblica è un bene di rango costituzionale, il TAR osserva che una soglia minima fissa impedisce di adeguare la pena alla gravità concreta dell'illecito e alle condizioni economiche di chi lo commette. Un editore locale e una multinazionale, oggi, pagano lo stesso minimo.
Il secondo fronte è quello di Lussemburgo, dove pendono due questioni pregiudiziali destinate a incidere sull'applicazione del divieto. La prima, la causa C-421/24, nasce da un'ordinanza di rinvio del Consiglio di Stato (n. 5235/2024) in un giudizio che coinvolge Google: la Corte dovrà chiarire se una piattaforma possa essere ritenuta responsabile quando ha consapevolmente stipulato contratti di partnership con il content creator che diffonde contenuti promozionali sul gioco.
La seconda, la causa C-194/25, riguarda una sanzione irrogata a una società di gioco online e tocca un profilo procedurale potenzialmente esplosivo: l'obbligo di notifica preventiva alla Commissione europea e agli Stati membri delle norme nazionali contenenti il divieto di promozione del gioco, previsto dalla Direttiva UE 2015/1535 sulle regole tecniche. Se la Corte accertasse un difetto di notifica, le conseguenze sull'applicabilità della norma italiana sarebbero tutte da valutare.
Nel frattempo l'attività di controllo non si ferma, ma cambia terreno. La Relazione ricorda l'aggiornamento, dal luglio 2025, del Codice di condotta per gli influencer, e annuncia per il 2026 nuove verifiche sul rispetto delle regole: pubblicità occulta, sponsorizzazioni non dichiarate, uso improprio degli strumenti delle piattaforme. Il comparto del gioco è espressamente incluso nel perimetro di questa vigilanza, a conferma che il fronte più caldo si è spostato sui canali social e sui creator.
Sul piano operativo, nel 2025 si è rafforzata la collaborazione con la Guardia di Finanza, regolata da un Protocollo d'intesa. Le ispezioni congiunte hanno toccato tutela dei consumatori, comunicazioni elettroniche, secondary ticketing e, appunto, il rispetto dell'articolo 9 del Decreto Dignità sul divieto di pubblicità dei giochi con vincite in denaro.
Il bilancio complessivo è quello di una norma che, a otto anni dalla sua introduzione, non ha mai smesso di far discutere. La sostanza però è cambiata: la domanda non è più come applicare il divieto, ma se e in quale forma sopravvivrà al doppio esame di Roma e Lussemburgo. La risposta, questa volta, non arriverà da AGCOM.

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