La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la soglia minima rigida di 50.000 euro prevista dal Decreto Dignità per chi viola il divieto di pubblicità del gioco con vincite in denaro. L'AGCOM potrà applicare un importo inferiore quando la cifra risulta manifestamente sproporzionata. (Immagine: Imago / Alamy)
Cinquantamila euro per ogni violazione, senza possibilità di sconto. È la soglia minima che il Decreto Dignità del 2018 ha fissato per chi infrange il divieto di pubblicità del gioco con vincite in denaro, e che la Corte costituzionale ha appena corretto. Con la sentenza numero 172 i giudici della Consulta hanno stabilito che quella cifra non può restare un blocco immutabile: l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), che accerta gli illeciti e applica le multe, potrà scendere sotto i 50.000 euro quando l'importo appare manifestamente sproporzionato.
La decisione parte dal ricorso di un giovane content creator contro una sanzione dell'AGCOM da 157.000 euro, inflitta per i video promozionali di giochi e scommesse online pubblicati su due canali YouTube e uno Twitch. Dai video, secondo la ricostruzione del giudice, il creator aveva incassato circa 1.000 euro, tutti da Twitch. Il Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio ha portato la questione davanti alla Corte con un'ordinanza del 29 luglio 2025, la Consulta ha discusso il caso in udienza il 24 giugno 2026 e ha deliberato l'8 luglio.
I conti dell'AGCOM partono dalla regola del Decreto Dignità: una sanzione pari al 20% del valore della pubblicità, con un minimo di 50.000 euro. Poiché il 20% dei compensi del creator restava molto al di sotto di quella soglia, l'Autorità ha applicato il minimo a ciascun canale, con 55.000 euro per il primo e 51.000 euro per ciascuno degli altri due. Il totale è arrivato a 157.000 euro.
Il TAR ha messo l'accento sulla distanza tra la multa e la realtà del caso. Nella sua ricostruzione l'autore ha 28 anni, lavora come aiuto magazziniere con circa 1.300 euro al mese e ha agito fuori da qualsiasi attività d'impresa, mentre la sanzione supera di oltre 150 volte il guadagno. La Corte ha seguito questa linea: un minimo così rigido può risultare eccessivo davanti a episodi marginali, come la promozione occasionale di una persona fisica su un canale non monotematico, visto da una cerchia ristretta di utenti.
La Consulta non ha cancellato il minimo. Lo ha definito un presidio necessario per la tutela della salute, anche se improntato "a marcata severità", e ha spiegato che senza un importo di base la multa proporzionale rischierebbe di diventare irrisoria, o addirittura pari a zero, nei casi in cui non ci sono compensi. Per questo ha scelto di riscrivere la norma e di lasciare il minimo in piedi con una via d'uscita.
La via d'uscita passa dai criteri dell'articolo 11 della legge 689 del 1981: la gravità della violazione, l'opera svolta dall'autore per eliminare o attenuare le conseguenze e la sua personalità, insieme alle condizioni economiche. L'AGCOM potrà applicare un importo minore soltanto in presenza di una manifesta sproporzione. Negli altri casi il minimo da 50.000 euro continua a valere.
Il divieto di qualsiasi forma, anche indiretta, di pubblicità del gioco con vincite in denaro non viene toccato. La Corte lo descrive come molto ampio, perché comprende condotte diverse e destinatari diversi: la norma indica il committente, il proprietario del mezzo di diffusione e l'organizzatore dell'evento o della manifestazione.
Il margine nuovo pesa soprattutto per un motivo pratico. Secondo la Corte, la prassi dell'AGCOM mostra che la maggior parte delle sanzioni si fonda sulla soglia minima e non sul 20%, con un importo che all'occorrenza si moltiplica per ogni violazione accertata, come nel caso esaminato. Il minimo era quindi il numero che decideva il conto, e adesso ha un giudice in più a pesarlo. Le prime applicazioni, a cominciare dal giudizio che riprende davanti al TAR Lazio, diranno dove cadrà la linea.
Non è la prima volta che la Consulta interviene su una multa da 50.000 euro nel gioco. Con la sentenza 185 del 2021 aveva dichiarato illegittima la sanzione fissa di pari importo per i titolari di sale giochi e scommesse che non rispettavano gli obblighi di avvertimento sui rischi di dipendenza.
In quel caso la Corte aveva cancellato la norma. Stavolta ha riscritto soltanto il tratto contestato, perché eliminarlo avrebbe lasciato il divieto di pubblicità senza un importo minimo in grado di dissuadere. Resta fermo, ha precisato la sentenza, che il legislatore può ridisegnare in futuro il meccanismo sanzionatorio.

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