Il ricordo delle campagne sul gioco responsabile scende dal 29% al 21% in un anno. L'Osservatorio FAIR e Ipsos Doxa spiega cosa rende un messaggio credibile. (Immagine: Aaron Amat / Alamy)
Per più di otto italiani su dieci la comunicazione sul gioco responsabile è una priorità assoluta, ma solo uno su cinque ne ricorda una in concreto. È il paradosso al centro della seconda edizione dell'Osservatorio sul Gioco Responsabile, realizzato da Ipsos Doxa per Fondazione FAIR su 1.000 interviste alla popolazione adulta italiana e su un panel di opinion leader di associazioni, authority, pubblica amministrazione e mondo della comunicazione.
I dati sono stati presentati a Roma nel corso del FAIR Forum 2026, seconda edizione dell'appuntamento annuale della Fondazione, davanti a rappresentanti dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dell'AGCOM e dell'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria. A illustrare la ricerca è stata Ilaria Ugenti, Reputation Leader di Ipsos Doxa: "Oggi un tipo di comunicazione non sta lasciando un segno nella testa delle persone", ha detto durante la presentazione.
Il dato più netto riguarda proprio la memoria. Solo il 21% degli italiani dichiara di ricordare messaggi o iniziative sul gioco responsabile viste nell'ultimo anno, otto punti in meno rispetto al 29% registrato nell'edizione 2025 dell'Osservatorio. I ricordi, quando esistono, restano spesso generici: pochi intervistati riescono a ricondurli a una campagna specifica o a un operatore preciso.
Il calo non dipende da un disinteresse del pubblico. Il 41% degli italiani dichiara di avere familiarità piena con il concetto di gioco responsabile, il 44% lo conosce solo a grandi linee e il 15% non ne ha mai sentito parlare; la quota di chi sa poco o nulla sale al 56% quando la domanda riguarda il Decreto legislativo n. 41 del 2024, che ha introdotto per gli operatori l'obbligo di misure di tutela del giocatore. Conoscere il principio, insomma, non significa ancora riconoscerne gli strumenti.
La ricerca individua con precisione cosa rende un messaggio credibile e cosa lo svuota. Per gli intervistati un messaggio perde efficacia quando richiama vincite e bonus (36%), usa un tono rassicurante (36%) o presenta il gioco come un'abitudine quotidiana (33%); guadagna credibilità, al contrario, quando descrive comportamenti a rischio (37%) e indica strumenti concreti come limiti di spesa, pause di gioco e autoesclusione (32%).
Alle campagne la ricerca chiede anche di scegliere bene i segnali da raccontare per primi: perdite in aumento (56%), giocate più frequenti o più alte (48%), sessioni lunghe o notturne (44%). I pubblici più urgenti da raggiungere restano i minori e i giovani adulti tra 18 e 24 anni, le fasce che l'indagine individua come le più esposte a un ingresso precoce nel casinò online.
La seconda edizione dell'Osservatorio ha raccolto anche le prime valutazioni sulle nuove linee guida per le campagne contro i disturbi legati al gioco. Gli opinion leader ne apprezzano l'impostazione: la finalità preventiva dei messaggi, il divieto di elementi incentivanti, l'attenzione alla collocazione. "Il vero punto non è se occuparsi di gioco responsabile, ma come occuparsi di gioco responsabile", ha sintetizzato Ugenti, "come tradurre comportamenti, strumenti e modalità operative in qualcosa che raggiunga davvero il target del giocatore".
L'apprezzamento si accompagna a una richiesta precisa di vigilanza. Gli intervistati chiedono controlli sulle forme che possono aggirare i divieti, come sponsorizzazioni e sovraesposizione dei marchi, sanzioni commisurate al valore economico delle campagne contestate e un soggetto indipendente che misuri nel tempo gli effetti reali delle regole. Senza queste tre condizioni, avverte la ricerca, le linee guida rischiano di restare un principio sulla carta.
Tra le proposte raccolte dall'Osservatorio tra gli opinion leader spicca un'idea semplice: una campagna comune a tutti i concessionari autorizzati, firmata direttamente dal regolatore. Un messaggio unico, anziché la somma di iniziative separate dei singoli operatori, ridurrebbe secondo chi l'ha proposta il rischio che il pubblico confonda comunicazione commerciale e comunicazione di prevenzione, due registri che la ricerca invita a tenere ben distinti.
Per Stefano De Vita, direttore generale di Fondazione FAIR, la lettura dei dati porta a un'indicazione netta. "Prevenire significa prima di tutto conoscere i comportamenti delle persone e trasformare l'informazione in consapevolezza reale, dando a chi gioca strumenti concreti e messaggi coerenti con ciò che le aziende fanno davvero", ha dichiarato chiudendo i lavori del Forum. "È così che si costruisce una cultura della prevenzione che arrivi nelle famiglie, nelle scuole e nei contesti digitali".

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