La Corte suprema dichiara inammissibile il ricorso per revocazione presentato dalle due società contro il Casino de la Vallée: non c'è nessun errore di fatto, solo una diversa interpretazione del diritto. (Immagine: Pierluigi Palazzi / Alamy)
Una vicenda giudiziaria che affonda le radici nel 1994 e che, trent'anni dopo, continua a produrre capitoli. L'ultimo, per ora, porta la data del marzo 2026 e ha il sapore di una porta che si chiude definitivamente. La Corte di cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per revocazione presentato da Elle Claims e Sitmar contro il Casinò de la Vallée di Saint-Vincent, mettendo fine all'ennesimo tentativo di rimettere in discussione una vicenda già passata più volte al vaglio dei tribunali.
Per capire dove si è arrivati, bisogna tornare all'origine. Il 29 giugno 1994, Sitav, il gestore storico del Casinò di Saint-Vincent, stipula un accordo con la Casinò de la Vallée Gestione Straordinaria per garantire la continuità dell'attività in attesa di un nuovo affidamento: logo, hardware, software, banca dati e una serie di immobili vengono trasferiti temporaneamente, con una penale di 100 milioni di lire al giorno per ogni ritardo nella restituzione.
Gli immobili vengono riconsegnati tra la fine del 1996 e gennaio 1997. La banca dati, invece, diventa oggetto di un contenzioso che si trascina per anni, passando dalla Corte d'appello di Torino alla Cassazione e poi di nuovo a Torino. Nel frattempo Sitav cambia nome in Sitmar e i diritti vengono ceduti a Elle Claims.
Dopo un nuovo passaggio in Cassazione, conclusosi con l'ordinanza n. 5536/2023, Elle Claims e Sitmar decidono di tentare una strada processuale particolare: il ricorso per revocazione, uno strumento pensato per i casi in cui una decisione della Cassazione contenga un errore di fatto, ovvero quando il giudice ha fondato la propria decisione su un dato oggettivo che in realtà non esisteva, o ha ignorato un fatto che invece risultava chiaramente dagli atti.
L'argomento di Elle Claims e Sitmar era il seguente: nell'ordinanza del 2023, la Cassazione aveva affermato che non esisteva alcun vincolo di giudicato riguardo agli immobili. Secondo le ricorrenti, però, su quegli immobili esisteva un contenzioso già dal 1995, ancora pendente al momento della cessione d'azienda del 2003, e la Corte avrebbe semplicemente ignorato questa circostanza.
La Cassazione smonta l'impostazione con precisione. Ciò che viene imputato alla precedente ordinanza non è una svista su un dato oggettivo, ma una valutazione giuridica: l'esistenza o meno di un giudicato interno sugli immobili. Come scrive la Corte, quella valutazione "equivale a ignoranza della regula iuris" e rileva quindi come errore di diritto, non di fatto. E un errore di diritto non può essere corretto attraverso la revocazione.
Per capire perché il ricorso è stato respinto, bisogna chiarire una distinzione che in apparenza sembra tecnica ma in realtà è molto concreta. Un errore di fatto, nel senso rilevante per la revocazione, è una svista materiale: il giudice ha detto che un documento non esisteva, ma il documento era lì negli atti. Oppure ha citato una data sbagliata, o ha attribuito una dichiarazione alla parte sbagliata. Qualcosa di oggettivo, verificabile, che non era stato discusso tra le parti.
Un errore di diritto è invece una scelta interpretativa: il giudice ha valutato una situazione giuridica complessa e ha dato una risposta diversa da quella che le parti si aspettavano. Può essere discutibile, può essere contestabile, ma non è una svista. È una decisione. E le decisioni interpretative non si riaprono con la revocazione, che è uno strumento pensato per correggere abbagli materiali, non per rimettere in discussione ragionamenti giuridici già compiuti. Nel caso degli immobili del Casinò di Saint-Vincent, inoltre, il rapporto tra le parti era stato oggetto di lungo confronto processuale: difficile sostenere che la Corte avesse semplicemente ignorato qualcosa.
Elle Claims e Sitmar avevano esaurito le strade ordinarie e hanno tentato di percorrerne una straordinaria, sostenendo che la Corte avesse commesso un abbaglio materiale. La risposta è stata netta: non c'è stato nessun abbaglio, c'è stata una scelta interpretativa, e quella scelta non si rimette in discussione per questa via.
Una vicenda trentennale che, almeno su questo fronte, sembra aver raggiunto il suo punto finale.

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