Il presidente USA valuta lo stop all’imposta sulle vincite da gioco, un’ipotesi che divide economisti e riaccende il dibattito sul fisco federale. (Immagine: Associated Press / Alamy)
Donald Trump ci sta pensando. Dopo mance e straordinari, il presidente degli Stati Uniti valuta di cancellare anche la tassa federale sulle vincite da gioco. Il tema è emerso durante un colloquio informale con i giornalisti sull’Air Force One, una di quelle conversazioni che spesso anticipano l’umore politico del momento.
Alla domanda se intendesse eliminare il prelievo fiscale su jackpot, lotterie e scommesse, Trump non si è sbilanciato ma nemmeno ha chiuso la porta:
“Non abbiamo tasse sulle mance, non ne abbiamo sulla Social Security e nemmeno sugli straordinari. Sulle vincite da gioco? Non lo so, devo pensarci".
Un accenno, niente di più. Ma sufficiente ad accendere il dibattito negli USA, dove il gioco rappresenta un settore enorme e capillare.
Secondo i dati dell’American Gaming Association, quasi sei adulti americani su dieci hanno giocato almeno una volta negli ultimi dodici mesi. Il gioco non è un fenomeno marginale: si va dai casinò fisici alle scommesse sportive, dai gratta e vinci alle lotterie.
Oggi, negli USA, chi vince più di 600 dollari riceve un modulo W-2G; oltre i 5.000 dollari, scatta una trattenuta automatica del 24% da parte dell’IRS, l’equivalente del Fisco americano. Le vincite vanno comunque dichiarate nella dichiarazione annuale, e le perdite possono essere scalate solo entro il limite delle vincite riportate. In altre parole: il gioco è tassato e tassato bene.
L’uscita di Trump arriva dopo l’approvazione della One Big Beautiful Bill Act, la legge fiscale che ha già introdotto l’esenzione su mance e straordinari. Una riforma controversa: secondo le stime del Bipartisan Policy Center, avrà un impatto sul deficit di oltre 3.000 miliardi di dollari in dieci anni. Trump, però, insiste sulla necessità di allentare la pressione fiscale, spingendosi in più occasioni a ipotizzare anche la riduzione — se non l’abolizione — dell’imposta sul reddito.
Una prospettiva che divide: alcuni economisti la ritengono impraticabile, soprattutto con un debito federale ai massimi dal secondo dopoguerra. Altri, più vicini al tycoon, sostengono che dazi e investimenti stranieri potrebbero bilanciare parte del gettito perduto.
Di certo, per ora, c’è solo una frase: “Devo pensarci". Nessuna proposta formale, nessun testo di legge, solo un’idea lanciata in volo. Ma negli Stati Uniti, dove ogni anno milioni di persone raccolgono vincite di qualunque tipo, abolire la tassa sul gioco avrebbe un impatto enorme, sia sui contribuenti sia sulle finanze federali.
È uno scenario ancora lontano, ma che potrebbe diventare uno dei temi caldi del dibattito fiscale americano nei prossimi mesi.
Per il lettore italiano, vale la pena ricordare che il sistema è molto diverso dal nostro. In Italia la tassazione sulle vincite è già applicata alla fonte dagli operatori e l’importo che arriva al giocatore è netto. Negli Stati Uniti, invece, una parte consistente del premio deve poi essere dichiarata e versata al Fisco. Anche per questo l’ipotesi di un’esenzione fa tanto rumore oltreoceano.
Daniele ha iniziato la sua carriera come giornalista sportivo, ma dal 2019 ha scelto di portare la sua esperienza nel mondo del gaming online. Dopo diverse collaborazioni con i principali operatori del settore, oggi è Content Editor italiano su Casinos.com. Nato da una curiosità più che da una passione dichiarata, il suo interesse per il gioco online si è trasformato in un impegno concreto: offrire ai lettori contenuti utili, imparziali e di qualità. Il suo approccio parte sempre dall’esperienza diretta, supportata dall’analisi di dati reali. Niente fronzoli: solo informazioni chiare, oneste e pratiche. Su Casinos.com, la sua missione è rendere il mondo del gaming online più comprensibile e accessibile per tutti.
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