Per l’Alta Corte austriaca le loot box non rientrano nella disciplina sul gioco d’azzardo. La decisione riapre il confronto europeo. (Immagine: Rokas Tenys / Alamy)
Le loot box non costituiscono gioco d’azzardo ai sensi della normativa austriaca. Lo ha stabilito la Corte Suprema dell’Austria, respingendo il ricorso di un videogiocatore che chiedeva la restituzione di circa 20.000 euro spesi in acquisti in-game all’interno di una simulazione calcistica online.
La decisione riapre il dibattito europeo sul confine tra videogame e gambling, ma fissa un punto fermo sul piano giuridico interno.
Il ricorrente aveva effettuato acquisti tra il 2017 e il 2021, comprando “Points” con denaro reale per aprire loot box, contenitori virtuali dal contenuto casuale utilizzati per ottenere calciatori digitali. Secondo la tesi difensiva, il meccanismo avrebbe integrato una forma di gioco d’azzardo illegale, in assenza di una concessione specifica da parte del produttore e del distributore del gioco.
Su questa base, il giocatore chiedeva la restituzione integrale delle somme spese.
La Corte Suprema ha respinto il ricorso, chiarendo che le loot box non possono essere valutate in modo isolato, ma devono essere considerate all’interno dell’esperienza videoludica complessiva.
Secondo i giudici, la normativa austriaca qualifica come gioco d’azzardo solo le attività in cui l’esito dipende esclusivamente o prevalentemente dal caso. Nel caso esaminato, invece, l’abilità del giocatore incide in modo determinante sull’andamento e sull’esito delle partite.
La Corte ha sottolineato che il giocatore può influenzare il risultato attraverso tattica, strategia e abilità nell’uso del controller, elementi che consentono di sviluppare una “aspettativa razionale di successo” e che impediscono di qualificare il gioco come fondato sulla sola fortuna.
Pur riconoscendo la presenza di una componente casuale nell’assegnazione dei contenuti delle loot box, i giudici hanno escluso che questa prevalga sull’elemento di abilità. Di conseguenza, non sussistono gli estremi per applicare la disciplina sul gioco d’azzardo.
Un ulteriore elemento considerato dalla Corte riguarda la natura dei beni virtuali ottenuti: gli oggetti digitali restano confinati all’interno del gioco e non sono liberamente trasferibili o convertibili in denaro reale, rafforzando la distinzione rispetto ai meccanismi tipici del gambling.
La sentenza rappresenta un precedente rilevante e conferma l’orientamento secondo cui, almeno in Austria, le loot box non sono automaticamente assimilabili al gioco d’azzardo. Resta però aperto il confronto a livello europeo, dove diversi Stati continuano a interrogarsi su trasparenza, tutela dei minori e limiti alla monetizzazione nei videogiochi.
Un tema destinato a rimanere centrale nel rapporto, sempre più stretto, tra industria videoludica e regolazione del gioco.

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