Un giudice federale ha respinto la richiesta di archiviazione delle big tech: accuse di profitti illeciti, dipendenza e miliardi di dollari in gioco. (Immagine: Koshiro K / Alamy)
Apple, Google e Meta si ritrovano in prima linea in una delle cause collettive più delicate degli ultimi anni. Le accuse? Aver promosso, ospitato e tratto profitto da app di casinò online che, secondo i querelanti, riproducono un’"esperienza autentica da casinò in stile Las Vegas", distribuite nei rispettivi store digitali e su Facebook.
Il giudice Edward Davila, della Corte distrettuale di San Jose (California), ha respinto la loro richiesta di archiviazione, aprendo così la strada a un processo che potrebbe cambiare gli equilibri tra piattaforme digitali e responsabilità legali nei confronti degli utenti.
Le tre aziende si erano difese appellandosi alla Sezione 230 del Communications Decency Act, una norma cardine che da oltre vent’anni protegge i colossi del web dalla responsabilità sui contenuti creati da terzi. In pratica, “noi forniamo lo strumento, ma non siamo responsabili di come viene usato”.
Davila, però, ha smontato questa linea difensiva. Secondo la sua sentenza, Apple, Google e Meta non possono limitarsi a definirsi “editori neutri”: avendo processato direttamente i pagamenti all’interno delle app di casinò, hanno agito come veri e propri intermediari economici. E questo, sostiene il giudice, li rende potenzialmente responsabili delle conseguenze generate da quei giochi.
Dietro la facciata delle “social casino apps” – giochi che simulano slot machine, roulette e altri classici da casinò – si nasconderebbe un giro d’affari enorme. I querelanti stimano che le tre società abbiano raccolto oltre 2 miliardi di dollari in commissioni, pari al 30% delle transazioni effettuate dagli utenti. Tutto questo, denunciano, mentre le app spingevano gli utenti a spendere sempre di più, con dinamiche ritenute simili a quelle del gioco d’azzardo reale.
Gli effetti non sarebbero stati solo economici: nelle carte processuali si parla di dipendenza, episodi di depressione e persino pensieri suicidi legati al gioco compulsivo innescato dalle app.
Proprio per l’importanza del tema, Davila ha concesso alle tre aziende la possibilità di appellarsi subito alla Corte d’Appello del Nono Circuito. Una battaglia che si preannuncia lunga: già nel 2024 la stessa corte aveva respinto un tentativo analogo, sostenendo di non avere giurisdizione in quella fase.
Le cause sono in piedi dal 2021 e il loro esito potrebbe avere ripercussioni globali. Se le piattaforme dovessero essere riconosciute responsabili, potrebbero trovarsi non solo a pagare risarcimenti milionari, ma anche a dover rivedere radicalmente il modello di business con cui gestiscono app e microtransazioni.
Il caso riguarda gli Stati Uniti, ma il tema è di assoluta attualità anche per l’Europa e l’Italia. Con il boom delle app di gioco “social”, spesso al limite tra intrattenimento e gambling, la domanda è la stessa: fino a che punto le piattaforme digitali devono essere ritenute responsabili per i comportamenti indotti nei propri utenti?
In un mercato come quello italiano, regolato dall’ADM e con paletti rigidi sul gioco d’azzardo online, vicende come questa potrebbero aprire nuove riflessioni. Da un lato, infatti, si riafferma la necessità di tutela per i giocatori vulnerabili. Dall’altro, si accende il dibattito su quanto sia sostenibile, per i giganti del web, continuare a nascondersi dietro il ruolo di meri fornitori di piattaforme.
Daniele ha trascorso oltre dieci anni come giornalista sportivo prima di approdare al mondo del gaming online. Un percorso che ha lasciato un'impronta precisa nel suo modo di lavorare: rigore nella verifica delle fonti, chiarezza nell'esposizione, distanza critica dal materiale trattato. Su Casinos.com è Content Editor per il mercato italiano, dove si occupa di analisi del settore, regolamentazione e contenuti editoriali basati su dati reali. Il suo obiettivo è uno solo: offrire ai lettori informazioni utili, imparziali e verificabili, senza semplificazioni eccessive e senza retorica. I numeri prima delle opinioni, i fatti prima delle impressioni.
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